Ognuno ha il proprio lavoro

scritto da Ella Vitta
Scritto 3 giorni fa • Pubblicato 22 ore fa • Revisionato 22 ore fa
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Autore del testo Ella Vitta

Testo: Ognuno ha il proprio lavoro
di Ella Vitta

— Maledetto lavoro, maledetto mondo! Non ce la faccio più! Come faccio a sopportare tutto questo? — un uomo di mezza età era seduto su una poltrona comoda e guardava lo psichiatra.

— Capisco, ma andiamo con ordine — rispose quello con voce calma — che cosa la irrita di più?

— Tutto! Capisce? Le professioni che ci hanno dato da vivere per anni scompaiono, la maestria è morta, le IA diventano sempre più intelligenti e noi sempre più stupidi. Il mondo sta andando a rotoli! Non lo vede?!

— E tuttavia?

— Mi aiuti, dottore! Questo lavoro infernale mi farà impazzire! Ogni giorno torno a casa strizzato come uno straccio.

— Di cosa si occupa esattamente?

— Beh… sto in un magazzino. Davanti a me c’è uno scivolo e tre casse. Dallo scivolo rotolano arance e io devo smistarle: le grandi nella prima, le medie nella seconda, le piccole nella terza.

— Non sembra un lavoro pesante…

— Ah, dottore, ma è proprio questo il problema: questa terribile necessità di scegliere continuamente! E poi c’è anche questo.

Arriva un lotto di merce. Sulla scatola c’è scritto una cosa — dentro ce n’è un’altra. Etichette ricollate, codici a barre che non funzionano. Chiamo il responsabile.

«È tutto regolare.»

Gli faccio vedere: ecco la fattura, ecco la merce, non coincidono.

Lui guarda, annuisce e dice:
«Allora nel sistema è così.»

Capisce? Non nella realtà — nel sistema.

— E lei cosa fa? — chiese lo psichiatra.

— Cosa faccio? — l’uomo alzò le spalle. — Correggo. Cambio i numeri, riattacco le etichette, registro come deve essere. Perché altrimenti il magazzino si blocca. Perché il report non torna. Perché qualcuno sopra ha già deciso come deve apparire.

Si sporse in avanti.

— E sa qual è la cosa più interessante? Dopo una settimana non le sembra più strano. Non guarda più cosa c’è dentro una scatola, ma come farla passare, come farla rientrare nel sistema.

Tacque un attimo.

— E poi arrivano gli stagisti. Guardano tutto e dicono: «Aspetti, ma qui non torna». E lei glielo spiega. Con calma. Con sicurezza.

— Che cosa spiega esattamente?

— Che così funziona il sistema.

Il cliente si alzò di scatto e cominciò a camminare avanti e indietro per la stanza. Lo psichiatra posò sul tavolo la penna e il taccuino e lo osservò pazientemente. Dopo alcuni giri, l’uomo si calmò e tornò a sedersi.

— Continuiamo? — chiese con voce calma lo psichiatra.

— Sì, scusi.

— Mi dica cosa la irrita di più.

— Il magazzino è solo un modello di tutto il resto. E non succede solo là. Lì è più onesto: almeno si vede dove non torna. Nel resto del mondo… nessuno controlla più.

Guardò lo psichiatra.

— Lei, per esempio, ha visto i quadri che entusiasmano la gente?..

L’uomo esitò un attimo.

— La menzogna! È la menzogna che mi irrita di più!

— Qualcuno l’ha ingannata?

— La gente si inganna ogni giorno! E sa cos’è la cosa peggiore? Che accettano tutto questo come normale. Non cercano la verità. Come se fosse giusto così! E continuano a mentire — agli altri, a me, a se stessi. A tutti.

— C’è qualche episodio che le è rimasto più impresso?

— Potrei raccontargliene così tanti che il suo taccuino non basterebbe — l’uomo sospirò — ma partiamo da uno semplice.

Prendiamo la cultura. Lei li ha visti quei quadri? Quel maledetto quadrato nero… Ci sono stato davanti mezza giornata. Mezza giornata! E non ho visto altro che un quadrato. Chi ha deciso che è un capolavoro? Come si fa a dire quale tela sporca di colori è un capolavoro e quale no? Non lo sa? Nemmeno io.

Vada a una mostra e guardi le facce della gente. Così intelligenti, così misteriose. Non ne vedrà altrove. E quando è lì, si sente un idiota.

Come se in un negozio le vendessero una salsiccia di gomma. Lei torna per restituirla… ma vede la fila. La gente compra, ringrazia. E allora le viene un dubbio. Torna a casa e comincia a mangiarla, pensando: «Forse sono io che non capisco. Forse è buona davvero». E intanto si strozza.

E in galleria è lo stesso. Dopo qualche minuto fai anche tu quella faccia intelligente, passi davanti alle tele, guardi gli altri di nascosto. E loro guardano te.

Nessuno capisce niente. Né loro, né io. Ma chi lo ammette?

L’uomo sorrise amaramente e tacque per riprendere fiato.

— Le persone mentono a se stesse. E poi agli altri. E così via, a catena…

— È tutto?

— No. Guardi il mondo. Accenda la televisione. Basta dire una sciocchezza davanti a una telecamera. E questo basta.

— Basta per cosa?

— Per iniziare una guerra. Per uccidere migliaia di persone. Così. Dicono:
«Siete feccia, dovete morire!»
«Ma perché noi?»
«Lo abbiamo deciso.»

E centinaia di persone si alzano e vanno a uccidere. Perché qualcuno lo ha detto. Non servono altre ragioni.

E poi vanno in chiesa e fanno facce così pie… che mi viene da piangere. Come siamo arrivati a questo?

Lo psichiatra si alzò, prese un bicchiere d’acqua e lo porse al cliente.

— Grazie — l’uomo bevve in pochi sorsi.

— Cos’altro vuole aggiungere?

— Voglio dire che non è un caso se sono partito dalla cultura e sono arrivato alla guerra. Le guerre ci sono sempre state… ma la cultura dovrebbe far pensare le persone con la propria testa. E invece? Se pensi diversamente, ti marchiano e ti cacciano dal branco.

Nel silenzio che seguì, fu lo psichiatra a parlare per primo.

— Lei parla mai da solo?

— No.

— Perché?

— Non mi piace parlare con gli idioti.

Lo psichiatra accennò un sorriso.

— Allora, va meglio?

— Sì, mi sono sfogato. Sto meglio.

— Ci scambiamo?

— Dai.

Lo psichiatra si tolse il camice bianco e lo porse a Dio insieme al taccuino e alla penna. Quello lo guardò con tristezza e sospirò. Il Diavolo si sedette sulla poltrona, si stirò e sorrise, entrando nella parte del paziente.

— Quanto sono stanco dei pazzi che credono di saper pensare… Ultimamente ho notato che la gente pensa troppo… o troppo poco. Non so cosa sia peggio…



Ognuno ha il proprio lavoro testo di Ella Vitta
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